Suonano campane a morto per i social media. E il presagio ha i suoi segni.
Non tutti avvertono queste note del requiem suonate che solo chi ha le orecchie giuste può udire.
Basta leggere i giornali, navigare in Rete e muoversi tra le pagine di Facebook, Twitter, Instagram. Sembra che ormai non si parli di altro.
Ma gli utenti dei social sono intenti spasmodicamente a vivere al massimo il loro essere autoreferenziali. Ad esasperare al massimo il loro farsi imprenditori, promotori, opinion leaders, influencers.
E mercanti di sé stessi e delle loro creazioni messe in mostra su tutte le piattaforme dei social media.
E non si accorgono di ciò che si potrebbe prefigurare all’orizzonte, da qui in poi.
Ma come dicevamo i segni sono nell’aria. E anche il suono delle campane.
Le notizie dei licenziamenti in massa a Twitter, notificati tramite una fredda e-mail da parte del nuovo proprietario Elon Musk, ha sconvolto e agitato il risveglio di migliaia dipendenti dell’azienda dell’uccellino.
3 mila dipendenti sono stati mandati a casa.
Anche se molti di questi sono stati richiamati in servizio, dopo che la nuova dirigenza si fosse resa conto del grande errore commesso.
Lo stesso è capitato a migliaia di dipendenti di Meta, i quali hanno ricevuto la notizia del proprio licenziamento dopo un comunicato stampa ufficiale pronunciato dal Ceo di Meta, Mark Zuckerberg, qualche settimana fa.
11 mila dipendenti hanno dovuto abbandonare il proprio posto di lavoro, nonostante Mark Zuckerberg avesse motivato la sua decisione parlando a cuore aperto ai destinatari del licenziamento.
Se consideriamo che anche Amazon e Google stanno vagliando questa possibilità, si comprende che l’intero mondo delle Big Tech è in costante fibrillazione.
Fibrillazione dovuta anche al valore dei dividendi e al crollo dei fatturati di Twitter, Meta, e soci, secondo le ultime stime trimestrali del 2022.
Mark Zuckerberg ha lasciato sul piatto dal 2021 al primo trimestre del 2022 la bellezza di 90 miliardi di dollari e ha visto crollare i profitti registrati da Meta, proprio in merito a questa crisi dei guadagni e dei fatturati.
Dimostrazione di ciò è anche l’attestazione della caduta libera del valore del patrimonio personale e aziendale del Ceo di Meta e Facebook nell’ultimo trimestre del 2022.
A confermare il suo “impoverimento” è il Billionaires Index, l’indice di Bloomberg che mette in fila tutti i Paperon de Paperoni del Mondo, che lo ha visto crollare al ventisettesimo posto.
Superato in ricchezza anche da Giovanni Ferrero, patron del brand italiano Ferrero e della Nutella.
Mentre, sempre per il Billionaires Index, è Elon Musk ad essere saldamente al primo posto, nell’ultima rilevazione di novembre 2022.
Seguito dal re del lusso Bernard Anault. Quarto Jeff Bezos con 126 miliardi davanti a Bill Gates con 11 miliardi.
Ma non solo questo è un indicatore della profonda crisi che le Big Tech dei social media stanno affrontando.
Il crollo degli investimenti pubblicitari, la fuga degli inserzionisti da tutte le principali piattaforme social perché non accettano di vedere associato il proprio brand a contenuti per adulti, come sta succedendo a Twitter, ad esempio.
O ancora, la poca chiarezza sulle policy delle Big Tech in merito alla tutela della privacy dei dati degli utenti.
È un esempio di questo dilemma il grande scandalo Cambridge Analytica, che ha coinvolto Facebook e Meta costretta, quest’ultima, a pagare milioni di dollari di danni alle vittime del furto e dell’uso non autorizzato dei propri dati personali.
Ma non è finita qui.
Ad aggravare il tutto c’è la fuga di milioni di utenti da Twitter all’indomani del passaggio di proprietà del popolare social media dell’uccellino.
Visti anche i modi in cui Musk si sta comportando con i dirigenti e con i pezzi da novanta dell’expertise aziendale.
Un esempio?
Il botta e risposta tra Musk e un ingegnere informatico Android di lungo corso ed esperto aziendale avvenuto su Twitter pubblicamente e conclusosi con il licenziamento del dipendente con un semplice tweet.
Tutti questi fattori e questi fatti di cronaca, che accomunano sia Twitter che Meta – senza per questo non esimere da una riflessione accurata anche i loro principali competitors come TikTok, Google, e gli altri – sono tutti un campanello d’allarme.
Più che un campanello dovremmo immaginare una campana che annuncia un funerale.
Una campana da requiem per i social media, così come abbiamo imparato a conoscerli da venti anni a questa parte.
Ad esserne convinto è Ian Bogost, professore emerito in Interactive Computing al Georgia Institute of Technology, nonché videogame designer e giornalista per la rivista online “The Atlantic”.
Ed è proprio sul The Atlantic che Ian Bogost ha scritto una interessante riflessione sulla possibile fine dei social media, in un articolo dal nome: The Age of Social Media is Ending, proprio partendo dagli ultimissimi eventi legati al terremoto economico e finanziario che sta coinvolgendo Twitter, Meta e le altre Big Tech.
Proviamo a delineare la sua riflessione nel merito per sommi capi.
Ian Bogost evidenzia un discrimine tecnologico, ma anche antropologico, se vogliamo, nel passaggio dai social network fino alla loro trasformazione in social media.
Due modi strettamente connessi di concepire i social, che sono l’uno la conseguenza dell’altro e che hanno già un’età datata: venti anni.
Che in tecnologia vuol significare un’era geologica.
Due modi di concepire i social che evidenziano le fondamentali differenze di obiettivo.
I social come network, da una parte, e i social come media, dall’altra.
Il social networking voleva generare “connessione” o “riconnessione”.
Ovvero: costruire o ricostruire reti di relazioni tra cerchie di persone fidate, i cosiddetti “legami forti” (familiari e amici) ed estenderle a cerchie che avessero i nostri stessi interessi, le cosiddette cerchie costruite su “legami deboli” (gruppi di interesse, gruppi associativi, eccetera).
Detto in parole povere: il social networking puntava a costruire o approfondire relazioni con persone che già si conoscevano. E con loro ci si scambiava informazioni e contenuti.
I social media, invece, hanno abdicato alla loro funzione relazionale e interconnettiva per adempiere ad una nuova funzione: quella di emittenti e di veicolo di informazioni e messaggi e contenuti creativi.
Come diceva Marshall McLuhan:
<<The medium is the message>>.
Che tradotto in italiano recita così: <<il medium è il messaggio>>.
Ora sono i social media che si fanno messaggio.
Portando alle sue estreme conseguenze l’estensione delle interconnessioni a livello globale.
I social media hanno attualizzato il concetto di “villaggio globale”, teorizzato da Marshall McLuhan.
Un villaggio globale, secondo il sociologo canadese, reso possibile dalla forza globale e interconnettiva delle reti broadcasting dei mass media.
Ora, questa idea di villaggio globale, trova la sua ipotetica attuazione e attualizzazione nel concetto di “agorà digitale globale”, che ha in mente Elon Musk da quando è divenuto il nuovo proprietario di Twitter.
E per Ian Bogost, Twitter è stato il primo social che da network si è evoluto in media, nel lontano 2006.
E con la crisi di Twitter e di Meta, e di tutte le altre Big Tech, potrebbe anche significare l’inizio della fine dell’era dei social media ossessivi e ipertrofici di contenuti e informazioni.
Sarebbe auspicabile un ritorno alla fase “zero comments”, secondo il titolo di un saggio scritto nel 2008 dal mediologo olandese Geert Lovink, dedicato proprio alla genesi dei blog e dei social network.
E in linea con il pensiero di Geert Lovink, l’autore di The Age of social media is ending auspica di tornare finalmente ad una fase precedente dove, in chiave nostalgica, l’uso e la libertà di accesso ai social media non significava una legittimazione de facto di poter parlare sempre e di qualsiasi cosa.
Quello che si definirebbe un parlare a vanvera e un autolegittimazione a doversi per forza esprimere secondo una presunta democrazia date dai social media.
Insomma, leggendo la riflessione di Ian Bogost, sembra di rileggere la famosa invettiva di Umberto Eco contro i social.
<<I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli>>.
Ma a differenza di Umberto Eco, Ian Bogost, nonostante intraveda nella crisi dei social media un inizio della loro fine, pensa che da essa possa nascere un nuovo modo di ripensarli e di usarli.
Ma ci vorrà del tempo e bisognerà essere rieducati nel farlo.
Per Ian Bogost i social network avevano un obiettivo genuino e buono.
I social media lo hanno snaturato.
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